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Giambattista Basile
(1566 – 1632)

La vita
Incerta è la data e il luogo di nascita; secondo la tesi più accreditata, Basile nacque in Giugliano, attualmente comune in provincia di Napoli, nel febbraio del 1566. Scarse sono le notizie sulla sua infanzia; sono noti solo l’appartenenza a una decorosa e numerosa famiglia e il suo forte legame con la sorella Adriana, nota all’epoca per le straordinarie doti canore. 
Giambattista BasileLa vita di Basile si svolse divisa tra la letteratura, unica e grande passione mai abbandonata, la parentesi militare in qualità di soldato di ventura e le diverse esperienze politiche come amministratore o governatore presso varie corti e feudi. Ed è proprio grazie a questi incarichi di natura politica che Basile ebbe modo di conoscere meglio il territorio campano, venendo così a contatto con una realtà diversa da quella “metropolitana” della città di Napoli e che, nella sua complessità, fu felice fonte di ispirazione per lo scrittore. 
La sua opera più importante, il già citato “Lo Cunto de li Cunti”, non trova ambientazione a Napoli, bensì nelle zone confinanti: l’entroterra napoletano, il salernitano, l’avellinese, il casertano e la Lucania, dove fu più facile e naturale attingere al patrimonio della memoria popolare, alla tradizione della fiaba e all’elemento della magia che la contraddistingue.
Questa sua attenzione alla vita e alle tradizioni della gente comune sembra avvalorare la tesi sostenuta, fra gli altri, dal filosofo napoletano Benedetto Croce, secondo la quale Basile, deluso ed amareggiato dalla pochezza degli uomini appartenenti alle classi sociali più elevate, nonostante egli stesso ne facesse parte, preferì dar voce al popolo depositario di una preziosa saggezza. 
Basile amava conoscere questa realtà che tanto lo affascinava ed era solito girare per i luoghi frequentati da gente appartenente a diversi ceti sociali. Proprio in questi luoghi l’Autore trovava l’ispirazione per le sue opere, come nel caso della quattrocentesca Taverna del Cerriglio, molto nota nel XVI secolo nel territorio napoletano ed oltre i confini del regno, per la bontà della cucina e per l’atmosfera bucolica, che ha ispirato una delle egloghe che compongono l’opera dialettale “Le Muse napoletane”.
L’attenzione verso queste atmosfere e queste tematiche, lo studio del dialetto, le invenzioni lessicali, i virtuosismi stilistici hanno fatto dello scrittore uno dei maggiori esponenti della letteratura dialettale e uno dei più grandi narratori di fiabe di tutti i tempi, tanto che Benedetto Croce ha detto della sua opera più importante: “L’Italia possiede nel Cunto de li cunti del Basile, il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari”. La produzione letteraria di Basile non si esaurisce nelle opere dialettali; egli si cimentò anche in lavori in lingua italiana che, però, trovarono scarso successo anche a causa della maggiore fama di autori già affermati.
La grandezza di Basile è stata la capacità di distinguersi dagli altri autori dell’epoca utilizzando, con grande inventiva, lo strumento del linguaggio popolare e affrontando temi di attualità con la leggerezza che solo le fiabe sanno esprimere.
L’insuccesso delle opere in lingua portò Basile ad uno stato di delusione ed insoddisfazione, tale da contribuire alla scelta di lasciare Napoli per altre zone dell’Italia, dando inizio così alla parentesi militare (1604-1607).
Ebbe modo di conoscere Venezia prima del suo declino e dalla Serenissima fu inviato a Candia, nell’isola di Creta, per difenderla dalle invasioni dei turchi. Durante il periodo veneziano Basile, oltre che come condottiero, ebbe modo di essere apprezzato anche come poeta e scrittore. 
Ed è proprio con l’acquisita fama di letterato che egli fece ritorno, nel 1608, nella sua Napoli, dove poté dedicarsi ad un’intensa produzione letteraria. E’ di questo periodo il poemetto in lingua Il pianto della Vergine (1608) e il volume Madriali ed Ode. 
Parte della sua fama di letterato si deve tuttavia anche alla sorella Adriana che, grazie alla sua voce, era molto richiesta nelle più importanti corti del tempo, consentendo al fratello di accedervi in qualità di cortigiano.
Nel periodo napoletano, Basile seguì la sorella alla corte del principe Luigi Carafa, al quale dedicò Le avventurose disavventure (1611) ; favola erotico-mitologica nella quale i vecchi schemi della favola pastorale e boschereccia sono allargati a motivi e ambienti marittimi secondo il modello delle “favole piscatorie”, particolarmente diffuse a Napoli. In questa favola marittima il pastore diventa così il pescatore, le pecore diventano pesci e i precipizi si trasformano in abissi.
A questa opera seguirono le Egloghe amorose e lugubri e la Venere abbandonata, dramma per musica in cinque atti (1612).
Con la partenza della sorella Adriana per Mantova, si chiude il periodo napoletano. L’Autore la seguirà alla corte dei Gonzaga. A Mantova Basile pubblicò tutte le opere poetiche fin allora prodotte dopo averle arricchite di elogi e onori al duca Vincenzo Gonzaga.
Il clima umido della pianura e le continue nebbie non giovarono però alla salute fisica e psichica di Basile che solo dopo un anno preferì ritornare a Napoli.
Con il ritorno nella terra di origine, ebbe inizio anche l’impegno politico: più volte nominato dai viceré spagnoli o dai signori del luogo governatore e amministratore nei vari territori del Regno, maturò riflessioni sulla meschinità di quell’ambiente e dell’uomo in genere, in seguito espresse nella sua opera maggiore.
In questo periodo è però da segnalare un altro avvenimento fondamentale: il matrimonio con Flora Santora, originaria di Giugliano, paese natale di Basile.
Inizia così il suo peregrinare nel territorio campano per assolvere agli incarichi di natura politica, non trascurando però l’attività di letterato e quella di filologo; curò infatti la riedizione di opere di autori quali Pietro Bembo e Galeazzo Tarsia.
In onore del principe Marino Caracciolo di Avellino, Basile compose l’idillio L’Aretusa (1618), in cui ritrova i suoi pregi migliori di poeta in lingua. 
Nel 1619 compone - dedicandola a Domenico Caracciolo, marchese di Bella - una malinconica storia d’amore e morte: Il guerriero amante. 
Nel 1621 pubblica Immagini delle più belle dame napoletane ritratte da’ loro propri nomi in tante anagrammi, scritto nel periodo di permanenza in Lucania, dove gli elementi prevalenti, cosa inusuale per la letteratura del tempo, sono la sciarada e il rebus.
Ancora una volta è la vicinanza alla sorella Adriana a caratterizzare un periodo particolarmente felice per il Basile letterato. Insieme entrarono alla corte del Viceré, don Alvares di Toledo, al quale Basile dedicò una raccolta di cinquanta delle sue Ode, in segno di riconoscenza per l’incarico di Governatore di Aversa.
L’ultima corte presso la quale il poeta dimorò fu quella di Galeazzo Pinelli, duca d’Acerenza. Qui, nella tranquillità d’una provincia lontana dai frastuoni della capitale, tra severe montagne, il Basile lavorò al Teagene, una riduzione in versi dalla Storia Etiopica di Eliodoro.
Dallo stesso Duca fu nominato Governatore feudale di Giugliano e qui, nella sua terra d’origine, morì nel 1632. 
La sorella Adriana, ricevuta notizia dell’improvvisa morte del fratello, si precipitò a Giugliano a recuperare le carte e i manoscritti dell’artista prima che andassero dispersi. Grazie alla tempestività e lungimiranza di Adriana Basile, Lo Cunto de li Cunti ed altre opere sono arrivate fino ai nostri giorni.

Lo Cunto de li Cunti, ovvero lo trattenimento de’ peccerille, è il titolo originale dell’opera maggiore di Giambattista Basile. Ma ciò non deve trarre in inganno; il Cunto, che è un’opera squisitamente letteraria, non era affatto dedicato ai bambini, ma indirizzato ad un pubblico maturo, pur se rozzo e incolto quale era quello dei casali, capace d’intendere i frequentissimi doppi sensi che caratterizzavano le metafore.
Il Cunto ha la struttura di un racconto all’interno del quale sono narrati altri quarantanove racconti. L’opera è divisa in cinque giornate di recitazione comica e ciascuna giornata si chiude con un’egloga di argomento morale recitata da due servi-attori. 
L’atmosfera ricostruita nel Cunto è quella che si respirava nei casali, che erano un’aggregazione di cortili intorno ad un corpo centrale, dove si radunava la gente comune per trascorrere qualche ora ascoltando piacevolmente i trattenimenti. 
Il Cunto è un’opera di grande sapienza e tecnica letteraria, dotata di una struttura flessibile e volutamente contraddittoria dei canoni del racconto umanistico e dei vincoli del sistema dei generi letterari.
Nel Cunto è narrata in cinquanta modi differenti la stessa storia, con la stessa struttura e la stessa logica. Tutti i racconti sono aperti da una sequenza proverbiale e sono chiusi da un proverbio che ha il compito di smorzare il tono fortemente espressivo ed audace del racconto stesso.
Gli eventi narrati sono disposti tutti secondo la medesima sequenza logica : 
· il conflitto;
· l’allontanamento e il viaggio;
· il ritorno e il cambiamento di status.
Questa struttura fa del Cunto un sofisticato racconto multiplo, destinato a diventare un modello narrativo denominato racconto fiabesco, successivamente diffuso nelle tradizioni del racconto europeo. 
Il Cunto è stato la fonte di ispirazione per il genere letterario della letteratura fiabesca europea. Non a caso i più noti racconti della tradizione fiabesca quali Cenerentola, La Bella addormentata nel bosco, Il Gatto con gli stivali, sono il risultato di riduzioni o adattamenti dei racconti di Basile. 
Il tema dominante nell’intera opera è il rapporto speculare che esiste tra realtà e finzione: attraverso la menzogna e l’invenzione della favola, Basile racconta la verità del mondo. Solo la quarantanovesima fiaba non è una finzione, ma è il racconto delle vicende personali della narratrice, che rompe così l’incantesimo.
Il racconto fiabesco ha delle regole che lo distinguono da altre forme letterarie:
- innanzitutto non può collocarsi in uno spazio temporale ben definito, così come non sempre l’ambientazione è riconducibile a luoghi reali;
· i protagonisti hanno nomi e caratteri che non dicono nulla sulla loro identità, ma segnalano la loro posizione nella gerarchia della società dei ranghi: sono re, principesse, villani o mercanti;
· tutti i racconti hanno un filo comune: i protagonisti prima del termine del racconto cambiano sempre condizione;
· l’argomento dominante è il cambiamento di status. 
Attraverso un viaggio o una metamorfosi, i personaggi realizzano il passaggio a ranghi più alti. Essi passano dalla povertà alla ricchezza, dalla solitudine al matrimonio, dalla bruttezza alla bellezza, da un rango inferiore ad uno superiore. Questo passaggio avviene sempre attraverso eventi sui quali intervengono poteri violenti e capricciosi, quasi sempre impersonati da orchi e fate. La costante presenza del cambiamento e, soprattutto, del miglioramento è uno degli elementi ricorrenti in una società quale quella del XVII secolo, tendenzialmente statica, ma pervasa dal desiderio di modernità. 
L’altro elemento caratterizzante i racconti del Cunto è il viaggio, inteso come allontanamento da una condizione nota per inoltrarsi in luoghi sconosciuti, non agevoli e ricchi di insidie. 
Il Cunto è un’opera che nasce da una contraddizione: scritto in un linguaggio popolare, è però destinato ad un pubblico colto ed esigente quale quello delle corti. Grazie al rivoluzionario schema narrativo, Basile ottenne un unanime consenso. Eliminando qualsiasi riferimento alla quotidianità e annullando la riconoscibilità dei personaggi, il racconto diventa di facile ascolto anche perché non solleva nessuna forma di conflitto. 
Lo Cunto de li cunti” trovò una notevole fortuna presso le corti italiane ed europee grazie alla sua struttura narrativa adattabile alle varie circostanze e soprattutto grazie al fatto che il racconto fiabesco non ha spessore storico, non utilizza modelli, rinuncia alla memoria storica della letteratura per individuare la memoria storica della cultura locale. 
Per raccontare una fiaba non è necessario avere schemi o essere fedeli al testo ; la fiaba si colloca immediatamente fuori dalla società letteraria, dalle convenzioni e dai miti dei letterati. Per questo il racconto di Basile va a collocarsi nello spazio del passatempo che è quello dei giochi. 
Più di ogni altro genere letterario il racconto fiabesco non ha confini di gruppo, né vincoli letterari, né limiti alla sua diffusione e uso; si adatta facilmente a qualsiasi pubblico, ma anche a qualsiasi narratore, a qualsiasi lingua e circostanza.
La grande flessibilità della struttura del racconto fiabesco rese possibile la rapida diffusione del capolavoro di Basile oltre i confini dell’Italia fino a raggiungere le corti europee. 
Una serie di antologie, traduzioni, rifacimenti assicurò la circolazione dell’opera. Alcuni racconti furono tradotti in tedesco nel XIX secolo; successivamente fu tradotta anche l’intera opera con prefazione di uno dei fratelli Grimm, così come circolarono versioni in inglese e in francese.
Così il Cunto è diventato per le culture europee una delle fonti di ispirazione del racconto fiabesco e la più antica e organica lettura del racconto popolare, che influenzò il lavoro di favolisti come Perrault, Gozzi, Wieland e altri, che ripresero molte delle fiabe create dal Basile.

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